L’Opera e la Chiesa

La posizione della competente Autorità Ecclesiastica in merito all’Opera di Maria Valtorta - pubbicata con il titolo Il poema dell’Uomo-Dio, poi cambiato in L’Evangelo come mi è stato rivelato - è stata espressa in tre documenti:

1) Decreto del Sant’Uffizio del 16 dicembre 1959, giustificato con un articolo su L’Osservatore Romano del 6 gennaio 1960;

2) Lettera del Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 31 gennaio 1985;

3) Lettera del Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana del 6 maggio 1992.

Tutti e tre i suddetti documenti non denunciano neppure un errore in materia di fede e di costumi, che è la sola materia nella quale la Chiesa può pronunciare un giudizio di condanna.

 

Il primo documento era, invece, di condanna e lo affiancava un articolo giustificativo che si sviluppava in quattro parti.

Nella parte prima criticava l’Opera dal punto di vista letterario e si proponeva di individuare i motivi (ovviamente estranei ad una opinabile critica letteraria) per cui il S. Offizio aveva creduto necessario metterla nell’Indice dei Libri proibiti.

Nella parte seconda contrapponeva le lungaggini dell’Opera alla concisione dei Vangeli, facendone però l’elogio: “lezioni di teologia con gli stessi termini che userebbe un professore dei nostri giorni” e “lezioni di teologia mariana, aggiornatissima fino agli ultimissimi studi degli attuali specialisti in materia”; poi disapprovava l’esistenza nell’Opera di “nuovi fatti, nuove parabole, nuovi personaggi e tante, tante donne al seguito di Gesù” senza darne un giudizio di censura; e finalmente esprimeva il primo ed unico giudizio morale rimandando ad “alcune pagine piuttosto scabrose”, che avrebbero potuto arrecare “pericolo o danno spirituale” se l’Opera fosse pervenuta “nella mani delle religiose e delle alunne dei loro collegi”.

Nella parte terza dava per certa la presenza di “molti svarioni storici, geografici e simili” senza citarne neppure uno, riconosceva ancora nell’Opera “tanta ostentata cultura teologica” senza un accenno di censura, e finalmente entrava in materia di fede segnalando quattro “perle che non brillano certo per l’ortodossia cattolica”. La prima perla era “un’opinione piuttosto peregrina ed inesatta”: quindi non propriamente errata. La seconda perla era un’affermazione la cui “spiegazione ne limita il significato, evitando un’autentica eresia”: quindi non eretica. La terza perla era “un concetto ermetico e quanto mai confuso, per fortuna, perché, se si dovesse prendere alla lettera, non si salverebbe da severa censura”: quindi non censurabile (per fortuna). La quarta ed ultima perla era “un’altra affermazione strana ed imprecisa” che veniva riportata a metà con puntini di sospensione: se al posto dei puntini mettiamo il completamento della frase, l’affermazione non ha nulla di strano e di impreciso. Quindi nell’Opera non c’è nulla contro le verità di fede.

Nella parte quarta, dopo aver giustificato la condanna anche per imprecisati “motivi di irriverenza”, riconosceva nei volumi stampati dell’Opera il contenuto di “alcuni voluminosi dattiloscritti” che circolavano “circa dieci anni fa” e che “contenevano pretese visioni e rivelazioni”. E concludeva: “Consta che allora la competente Autorità Ecclesiastica aveva proibito la stampa di questi dattiloscritti ed aveva ordinato che fossero ritirati dalla circolazione. Ora li vediamo riprodotti quasi del tutto nella presente Opera. Perciò questa pubblica condanna della Suprema S. Congregazione è tanto più opportuna, a motivo della grave disobbedienza”.

La “grave disobbedienza” per cui l’Opera, che non contiene nulla contro la fede e la morale, subiva la “pubblica condanna”, era imputabile ad alcuni Religiosi dell’Ordine dei Servi di Maria, ai quali il Sant’Uffizio aveva intimato, dieci anni prima, di non dare alle stampe quei dattiloscritti fino a quando lo stesso Sant’Uffizio non li avesse attentamente esaminati, di ritirarli dalla circolazione e di consegnarli insieme con i manoscritti originali. Per fortuna, erano stati consegnati soltanto i fascicoli dattiloscritti e neppure al completo. Con il pretesto dell’accurato esame, nel 1949, il Sant’Uffizio avrebbe voluto affossare nei suoi archivi l’Opera di Maria Valtorta.

 

Il secondo documento fu provocato da un religioso Cappuccino della diocesi di Genova, che aveva indirizzato alla Congregazione per la Dottrina della Fede la richiesta di “una chiarificazione circa gli scritti di Maria Valtorta”. Con lettera del 31 gennaio 1985 il Prefetto della suddetta Congregazione, card. Joseph Ratzinger, rispondeva non al diretto interessato ma all’arivecovo di Genova, card. Giuseppe Siri, perché valutasse “l’opportunità di informare il Reverendo Padre Losacco che effettivamente l’Opera in parola fu posta all’Indice il 16 Dicembre 1959”; e allegava la documetazione dei relativi riferimenti bibliografici come richiesto. Poi aggiungeva che l’Index, benché abolito, conservava tutto il suo valore morale e che la condanna dell’Opera fu decisa “al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti”.

La lettura dell’Opera, dunque, poteva nuocere non a tutti i cattolici ma solo “ai fedeli più sprovveduti”. Resta da accertare chi sono, oggi, i fedeli più sprovveduti, che nel 1959, l’anno del decreto di condanna, L’Osservatore Romano individuava nelle suore e nelle collegiali.

 

Il terzo documento era una lettera del 6 maggio 1992 del Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, l’arcivescovo mons. Dionigi Tettamanzi, al Centro Editoriale Valtortiano. Chiedeva allo “Stimatissimo Editore” – date le “frequenti richieste, che giungono anche a questa Segreteria, di un parere circa l’atteggiamento dell’Autorità Ecclesiastica sugli scritti di Maria Valtorta” – una singolare “collaborazione”:                                                                                                                                                               

Proprio per il vero bene dei lettori e nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa, sono a chiederLe che, in un’eventuale ristampa dei volumi, si dica con chiarezza fin dalle prime pagine che le ‘visioni’ e i ‘dettati’ in essi riferiti non possono essere ritenuti di origine soprannaturale, ma devono essere considerati semplicemente forme letterarie di cui si è servita l’Autrice per narrare, a suo modo, la vita di Gesù”.

La lettera di mons. Tettamanzi non segnala errori da correggere o inesattezze da rettificare. Se ne può dedurre che l'Opera di Maria Valtorta farebbe “il vero bene dei lettori” e potrebbe ritenersi “nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa” anche se il suo modo di esprimersi in forma di “visioni” e “dettati” fosse solo un espediente letterario.

Maria Valtorta non pretese mai che la competente Autorità Ecclesiastica riconoscesse l’origine soprannaturale della sua Opera. Maria Valtorta voleva che l’Opera potesse “andare alle anime” con l’approvazione che la Chiesa suole enunciare semplicemente in forma negativa, cioè: “non contiene nulla contro la fede e i costumi”.

 

I tre documenti sono riprodotti integralmente, con un’analisi più approfondita, nel libro Pro e contro Maria Valtorta di Emilio Pisani.

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