Le letture dell’Anno Liturgico C con riferimenti agli scritti di Maria Valtorta
ANNO LITURGICO C · IV QUARESIMA
Antifona d'ingresso
Isaia 66,10-11
[dal Libro di Azaria, 31 marzo 1946]
Dice Azaria:
«Perché, di che si deve rallegrare Gerusalemme? Forseché della sua lunga vita? Non già. Ma di essere vitale per la sua unione con il Cristo che la nutre coi suoi doni e la ingemma coi suoi santi. Se di natura soprannaturale non fosse, non avrebbe questi doni e questi santi, e perirebbe come tutto quanto è nato per opera d’uomo, tutto quanto dura un tempo relativo e poi, per lotte di nemici, si indebolisce e muore.
Ma la Gerusalemme terrena non è divisa dalla Gerusalemme celeste, e i cittadini di quella celeste sono con la Gerusalemme terrestre per confortarla, aiutarla, difenderla dal livore del Male che contro lei si lancia per abbatterla, senza riuscirvi peraltro.
Ma non sono solo gli aiuti celesti quelli che le mantengono vita. Il Ss. Signore Gesù ha promesso che nulla prevarrà su di Essa. Basterebbe questa promessa a difenderla. Perché le promesse di Dio sono sempre attive. Ma Dio, pur bastando da Sé stesso a compiere qualunque prodigio, non spoglia i suoi figli del diritto di cooperare agli interessi del Padre, del diritto di contribuire alla prosperità della Casa del Padre.
E la Chiesa è la grande dimora del Padre, di Dio, sulla Terra. Non è più il vasto Tempio sul monte di Gerusalemme, vasto, ma un nulla rispetto alla Terra, un super nulla rispetto al Creato. Non è più ciò la Casa attuale del Padre. Essa ha allargato i suoi padiglioni dall’uno all’altro Polo, ad oriente e ad occidente; ed essi ormai sono sparsi su tutta la Terra, e dovunque è, con amore o con odio, conosciuto il nome di Dio e di Gesù Salvatore. E dovunque è un altare a santificare i continenti, a riunirli nel segno santo. E dovunque si celebra un Sacrificio non di arieti o di agnelli, ma delle Carni Ss. dell’Agnello divino, immolato per lavare col suo Sangue gli stipiti e i limitari della Terra, luogo di esilio, e farne già un piccolo Cielo, perché gli uomini esuli siano meno esuli dal luogo eterno per cui Dio li aveva creati, e possano avere aiuto e sprone dalle gioie che gustano ai piedi di un altare, alla Mensa del Pane soprasostanziale. Così si è dilatata la dimora del Padre! La Gerusalemme terrestre ha allargato le sue mura, sparso i suoi eserciti pacifici e i suoi maestri perché dovunque fosse noto il Nome che è sopra di ogni altro e davanti al cui suono si curvano in ginocchio i figli di Dio, quale che sia la loro razza, lingua, latitudine e costume.
Orbene, non sono dunque anche questi cittadini di una così vasta città, quelli che coi loro sacrifici e le loro orazioni cooperano col Padre per il trionfo della stessa contro l’Inferno e i suoi seguaci? Sono anche questi cittadini.
[…] Ecco, o figli benedetti della Gerusalemme terrena, di che avete a rallegrarvi con Essa che vi è Madre e con Dio che vi è Padre! Di essere coloro che con la loro fedeltà ed eroismo contribuiscono a mantenere potente il fiume della sua espansione bonificatrice e a farlo attivo. Onde l’invito dell’introito non è solo parola, ma è parola di verità, ma è già premio, e promessa di un premio più grande.
L’Eterno vede le vostre opere ed i vostri cuori. Numera gli affetti e sentimenti santi. Vi vede ansiosi del materno trionfo, tristi del disamore e della misconoscenza colpevole dei figli che, dopo essere stati della Casa, escono dalla Casa paterna, o della ignoranza dolorosa, ma non colpevole come la misconoscenza, di quelli che ancora ignorano il Dio vero, e vi fa dire: “Voi che amate la Chiesa, rallegratevi con Lei, godete con letizia, voi che foste in tristezza, esultate e saziatevi alle fonti della sua consolazione, perché voi, che per Essa avete amore attivo, avete diritto a succhiare al suo seno mentre già qui, in Cielo, è pronto, nella Gerusalemme celeste, il vostro posto al banchetto dell’Agnello, al banchetto dei trionfatori eterni, che vi siete meritato per il vostro lavoro spirituale e materiale a pro della Madre Chiesa che è la Sposa del Verbo”. […]»
Prima lettura
Giosuè 5,9.10-12
Salmo responsoriale
Salmo 34 (33)
Seconda lettura
2 Corinzi 5,17-21
Canto al Vangelo
Luca 15,18
Vangelo
Luca 15,1-3.11-32
[da L’Evangelo come mi è stato rivelato, cap. 205]
«Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.
Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente. Il secondo era intelligente più del maggiore — che in verità era un poco ottuso e si lasciava guidare per non avere da affaticarsi a decidere da sé — ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmachi i quali, usati in mal modo, non sanano ma uccidono. Il padre — era nel suo diritto e nel suo dovere — lo richiamava a vita più saggia. Ma senza alcun utile, tolto quello di averne male risposte e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee.
Infine un giorno, dopo una disputa più fiera, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni. Così non sentirò più i tuoi rimproveri e i lagni del fratello. Ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, rispose il padre, “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che io non sarò ingiusto in favore di te e non riprenderò un picciolo a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte”.
Il padre fece stimare le terre e le cose preziose e, visto che denaro e gioielli facevano tanto quanto le terre, dette al maggiore i campi e i vigneti, le mandre e gli ulivi, e al minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito mutando tutto in denaro. E fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in lontano paese dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo in bagordi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, giuoco… vita dissoluta… Presto vide scemare la sostanza e venire avanti la miseria. E con la miseria, a farla più grave, venne nel paese una grande carestia che dette fondo ai resti della sostanza.
Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie dovizie”. Vedete voi come è stolto l’uomo! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone anziché dire ad un padre: “Perdono! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare il detto dell’Ecclesiastico: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è maledetto da Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.
L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stolto, mise questo stolto di guardia ai porci — perché si era in paese pagano e vi erano molti porci — e lo mandò a pasturare nei suoi possessi le mandre dei porci. Lurido, stracciato, puzzolente, affamato — perché il cibo era scarso per tutti i servi e specie per gli infimi, e lui, straniero mandriano di porci e deriso, era ritenuto tale — vedeva i porci satollarsi delle ghiande e sospirava: “Potessi almeno io pure empirmi il ventre di questi frutti! Ma sono troppo amari! Neppure la fame me li fa parere buoni”. E piangeva pensando ai ricchi festini da satrapo fatti poco tempo prima fra risa, canti, danze… e pensava poi agli onesti pranzi ben nutriti della sua casa lontana, alle porzioni che il padre faceva a tutti imparzialmente, serbando per sé sempre il meno, lieto di vedere il sano appetito dei suoi figli… e pensava anche alle parti fatte ai servi da quel giusto, e sospirava: “I garzoni di mio padre, anche i più infimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia…
Infine venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, sorse in piedi e disse: “Io vado dal padre mio! È stolto questo orgoglio che mi fa prigione. E di che? Perché soffrire e nel corpo e più nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. È detto. Che gli dirò? Ma quello che è nato qui dentro, in questa abbiezione, fra queste lordure, fra i morsi della fame! Gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’infimo dei tuoi garzoni, ma sopportami sotto il tuo tetto. Che io ti veda passare…’. Non potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dirà la mia vita, ed egli lo comprenderà, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone e mendicando per via tornò a casa sua.
Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, scarnito dal dolore, ma sempre buono… Il colpevole, guardando quella rovina causata da lui, si fermò intimorito… ma il padre, girando l’occhio, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano, e raggiuntolo gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto in quel mendicante avvilito la sua creatura e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, sotto il tuo tetto, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo alito. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro si riformerà il mio cuore tanto corrotto e diverrò onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati in distanza e che osservavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e catini di acque odorose, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari un banchetto. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di pargolo; e il mio amore e la festa della casa per il suo ritorno glielo devono dare. Deve capire che egli è sempre per me il caro bambino ultimo nato, quale era nella infanzia sua lontana, quando mi camminava al fianco facendomi beato col suo sorriso e il suo balbettio”. E così fecero i servi. Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, venendo verso casa, la vide luminosa di lumi e udì suoni di strumenti e danze uscire da essa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che avviene?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e sano, guarito dal suo grande male, ed ha ordinato banchetto. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, in collera perché gli pareva ingiustizia tanta festa per il minore, che oltre che minore era stato cattivo, non volle entrare e anzi fece per allontanarsi da casa.
Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia inquieto? Tu fai ingiustizia e spregio al tuo primogenito. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due per farti guarire dalla piaga fatta da mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo cogli amici. Questo, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato infingardo e dissipatore e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi! Questo non me lo dovevi fare!”.
Il padre disse allora stringendoselo al seno: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non stendo un velo di festa sulle tue azioni? Le tue azioni sono sante di loro, e il mondo ti loda per esse. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima del mondo e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti do un premio visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio alito e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto banchettare e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è stato ritornato al nostro amore”. E il primogenito si arrese.
Così, amici miei, succede nella Casa del Padre. E chi si sa uguale al figlio minore della parabola pensi pure che, se lo imita nell’andare al Padre, il Padre gli dice: “Non ai miei piedi. Ma sul mio cuore, che ha sofferto della tua assenza e che ora è beato per il tuo ritorno”. Chi è in condizioni di figlio primogenito e senza colpa verso il Padre, non sia geloso della gioia paterna, ma ne prenda parte, dando amore al fratello redento. […]»
[da Lezioni sull’epistola di Paolo ai Romani, Lezione 23ª]
Dice il Dolce Ospite:
«È detto: “Non vi è più grande amore di quello di colui che dà la vita per i suoi amici”. Ma è anche da dirsi: “L’amore di un Padre che sacrifica il suo vero, unico Figlio per salvare la vita dei suoi figli adottivi, i quali, veri figli prodighi, hanno volontariamente lasciato la casa paterna e si sono resi infelici, dando dolore al Padre, è un amore ancor più grande”.
E di questo amore vi ha amato Iddio. Ha sacrificato il suo Unigenito per salvare l’Umanità colpevole, quell’Umanità che, come non fu grata, ubbidiente, amorosa per Lui all’inizio dei giorni, quando gioiva del molto ricevuto gratuitamente da Dio, così non è grata, ubbidiente, amorosa per Lui ora che da venti secoli ha avuto da Dio non il molto, ma il Tutto, ma l’Immenso, dando Dio: Se stesso, nella sua Seconda Persona.
Dopo aver meditato tutto questo, è dolce concludere che se grande fu il castigo, che però non fu ingiusto, più grande, infinitamente più grande del castigo è stata la Misericordia. Quella Misericordia che, non paga di restituirvi, a prezzo del suo Dolore, del suo Sangue, della sua Morte di croce, i doni di cui vi aveva defraudato Adamo, vi dà Se stesso nella Ss. Eucarestia, vi dà le acque della Vita di cui è fontana saliente al Cielo, vi dà la sua dolce Legge d’amore, l’esempio suo, la sua Umanità, per rendere facile alla vostra umanità di amarlo, la sua Divinità perché le vostre preghiere siano ascoltate, come voce stessa del Figlio amatissimo vivente in voi, dal Padre suo, vi dà lo Spirito Santo con tutti i suoi doni, per i quali le virtù infuse col Battesimo sono potentemente aiutate a svilupparsi ed a perfezionarsi, quei doni che aiutano grandemente il cristiano a vivere la sua vita di cristiano, ossia la vita divinizzata, da figlio di Dio, e che, senza annullare i fomiti, dànno a voi la forza di reprimerli, facendo di essi, che “male” sono, “bene”, ossia eroismo, mezzo di vittoria, corona e veste di gloria.[…].»
[da I quaderni del 1944, 3 agosto]
Dice Gesù:
«[…] Oh! il Signore è sempre dolce coi suoi figli! È sempre paziente e misericordioso. Vi mostra un volto paterno per innamorare sempre più di Sé i figli buoni e per attirare a Sé i figli prodighi. Quanta pazienza! Se non l’avesse infinita, dovrebbe continuamente fulminare col suo sdegno. Però non giudicate ciò debolezza. Vi dà la vita per convertirvi, o figli ingrati, ma ogni giorno di inutilmente data longanimità di Dio lo troverete segnato e lo sconterete aspramente, quando sarete fuori di questa Terra in cui vi credete padroni irridendone il Padrone vero. […]»

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